D. De Luca, Le armi da tiro nella Rocca di Campiglia Marittima. Frecce per arco e dardi per balestra, in G. Bianchi (a cura di), Campiglia. un castello e il suo territorio. II. Indagine archeologica, Firenze, 2004, pp. 397-413

Resoconto a cura di

Viviana Antongirolami

 

L’indagine archeologica condotta nella Rocca di Campiglia Marittima (LI) tra il 1994 e il 1999 in un’area di circa 1100 metri quadrati si è recentemente conclusa con la pubblicazione dei dati di scavo in una corposa monografia in due volumi curata da Giovanna Bianchi per i tipi dell’Insegna del Giglio.

L’équipe di ricerca, sotto la direzione scientifica di Riccardo Francovich e il coordinamento sul campo di Giovanna Bianchi e, per i primi tre anni, di Francesca Meniconi, ha individuato una sequenza stratigrafica articolata in sette periodi, i quali coprono un arco cronologico che va dalla fine del IX secolo (buche di palo relative ad un abitato di capanne in legno o tecnica mista) fino all’età moderna e contemporanea (tra tutti, definitiva distruzione di buona parte del palazzo dovuta all’impianto dell’acquedotto comunale al centro dell’area sommitale della Rocca nel 1931).

 I dati di scavo dicono chiaramente dell’importanza strategica e militare che la Rocca di Campiglia ebbe nei vari secoli, a partire dalla costruzione delle prime residenze signorili in pietra nel corso della prima metà del XII secolo e del monumentale palazzo nel cinquantennio successivo.

Nel corso del XIII secolo l’intensa attività edilizia promossa dai conti della Gherardesca, divenuti signori di Campiglia, risponde all’esigenza di materializzare e sponsorizzare il proprio potere in un contesto politico estremamente instabile, segnato su più fronti dall’ingerenza di Pisa; nella seconda metà del XIV secolo i numerosi interventi di restauro e la realizzazione di nuovi apprestamenti difensivi sono stati messi in relazione con l’episodio storicamente documentato dell’occupazione della Rocca da parte di una guarnigione militare inviata da Pisa a seguito dei forti contrasti che opponeva la città ai conti di Campiglia.

Si data in questo momento l’ammassamento di frammenti di armi (520 punte di frecce e dardi su un totale di 560 rinvenuti in tutta l’area indagata) e armamenti difensivi (corazzine e bacinetti[1]) nel fondo cieco della torre adiacente al lato S del palazzo (torre B), evento non comune negli scavi, interpretabile come tentativo da parte dei pisani, evidentemente riuscito, di occultare materiale bellico prima dell’arrivo dei soldati fiorentini nel 1406, quando Campiglia e il suo territorio vennero inseriti tra i domini di Firenze.

È dunque da queste stratigrafie, a forte vocazione “militare”, che provengono le punte di ferro relative a frecce per arco e dardi per balestra di cui si è occupato Daniele De Luca nel suo contributo, di cui in questa sede si intende dare una breve segnalazione per quanti siano interessati all’argomento.

Giova ricordare che nella maggior parte dei contesti di scavo l’unica traccia materiale riferibile alle armi da tiro è data dalla componente metallica, più raramente in pietra, a fronte della totale perdita della parte organica (legno, cuoiame, fibre vegetali o animali, elementi cornei). Gli archi, di conseguenza, costituiti quasi esclusivamente di materiali deperibili, non lasciano tracce archeologiche rilevabili. Delle balestre invece è possibile recuperare alcuni degli elementi costitutivi, soprattutto le noci, realizzate generalmente in corno di cervo o bronzo e soggette a smarrimento in quanto non riutilizzabili se consunte. Alla luce di quanto detto, si percepisce meglio l’importanza delle analisi morfo-tipologiche relative alle punte in ferro dei proiettili destinati al lancio, dal momento che a partire da esse si può risalire agevolmente al tipo di arma da tiro pertinente[2].

 Accanto alla massiccia presenza di punte per uso bellico, De Luca presenta alcuni esemplari dalle peculiari caratteristiche morfologiche e funzionali, le quali fanno pensare ad un loro utilizzo nell’ambito della caccia e delle esercitazioni militari. Le punte da caccia ad esempio, che dovevano procurare profonde e ampie ferite, presentano una lama piatta di forma triangolare o a foglia con bordi taglienti (De Luca 2004, p. 405, tav. I, n. 4: tipo K; le punte per esercitazione, d’altro canto, sono di forma conica o ogivale a sezione rotonda, caratteristica che ne impediva un’eccessiva penetrazione nel legno del bersaglio rendendo possibile una facile estrazione e, dunque, il reimpiego (De Luca 2004, p. 405, tav. I, nn. 1, 2: tipo A; n. 3: tipo E).

Per quanto riguarda le punte d’uso tipicamente militare restituite dalle stratigrafie campigliesi, si tratta di esemplari tutti inscrivibili tra XIV e XV secolo. L’autore dice di come sia ancora oggi abbastanza complicato stabilire se una punta con diametro della gorbia inferiore ai 10-11 millimetri sia pertinente ad una freccia per arco o un dardo per balestra. L’ipotesi è che stessi tipi di punta siano stati usati indifferentemente per archi e balestre almeno fino alla fine XIII – inizi XIV secolo, allorché si registra un netto predominio d’uso della balestra.

Le punte per frecce da arco hanno un peso che varia tra i 2,5 e i 27 grammi con un diametro della gorbia compreso tra i 7 e gli 11 millimetri. Da ciò discende che a Campiglia erano in uso contemporaneamente archi diversi per forma e quindi per potenza.

Si data a partire dal XIV secolo – dunque nel momento di maggior successo della balestra sull’arco – il tipo di punta da balestra più attestato a Campiglia (186 esemplari su 277 tipologicamente identificati), costituito da una cuspide corta e massiccia a sezione triangolare e un lungo corpo conico (De Luca 2004, p. 408, tav. II, nn. 21-24: tipo R). Il tipo, spiega l’autore, è il più diffuso in Europa e Italia dalla fine del XIII secolo, e rappresenta un’evoluzione del quadrellum con cuspide a sezione bipiramidale in relazione al miglioramento tecnico delle balestre, grazie all’impiego di strumenti come crocchi e torni.

Alla stessa evoluzione tecnologica della balestra risponde la comparsa tra i materiali di Campiglia, nel corso della seconda metà del XIV secolo, di un ulteriore tipo di dardo, caratterizzato dalla completa eliminazione di ogni punto debole, con breve cuspide a sezione triangolare non distinta dalla gorbia cilindrica (De Luca 2004, p. 405, tav. I, nn. 7-11: tipo C). Il tipo rappresenta, al momento, un inedito, essendo testimoniato dal solo scavo della Rocca. È esposto, insieme ad altri materiali di scavo, nel Museo di Campiglia Marittima.


 

[1] Si veda a tal proposito il contributo di Mario Scalini all’interno dello stesso volume: M. Scalini, Corazzine e bacinetti dalla Rocca di Campiglia, in G. Bianchi (a cura di), Campiglia. un castello e il suo territorio. II. Indagine archeologica, Firenze, 2004, pp. 382-396.

[2] D. De Luca, R. Farinelli, Archi e balestre. Un approccio storico-archeologico alle armi da tiro nella Toscana meridionale (secc. XIII-XIV), in «Archeologia Medievale», XXIX, Firenze, 2002, pp. 455-487.