Tipologie ceramiche NEL XIV SECOLO:

DALLA BOTTEGA ALLA TAVOLA

Sonia Virgili

 

Il contesto complesso e multiforme della rievocazione storica presuppone un’attenta ricerca su tutte le attività umane che, nel caso della ceramica, riguardano non solo l’utilizzo di manufatti nella quotidianità, ma anche quei processi che interessano la costruzione dei materiali ceramici e che ne determinano la loro ottimale funzionalità.

Per quanto riguarda le tecniche produttive la ricostruzione storico-archeologica si affida alle tracce lasciate sul terreno da impianti di produzione (torni, fornaci, butti per scarti di lavorazione), ai segni di lavorazione leggibili sui manufatti e a fonti di tipo archivistico, dalle quali emergono talvolta i nomi dei luoghi di produzione, testimonianze di scambi commerciali, donazioni ed espropri etc.

Il caso di Montelupo Fiorentino esemplifica le potenzialità delle fonti storiche per mezzo delle quali è stato possibile riscrivere interamente i nomi delle famiglie di vasai attivi nella zona per tutta l’età pre-industriale[1]

Le botteghe dei ceramisti infatti erano generalmente a conduzione familiare, ma dal Trecento i documenti attestano la presenza di garzoni e apprendisti, che li affiancavano nella sempre maggiore richiesta di produzioni prive di rivestimento, destinate alla dispensa e alla cucina, e di ceramiche rivestite da mensa (invetriate e maioliche).

 

 

Figura  1 – Riproduzione di un vasaio in fase di decorazione (da FRANCOVICH-VALENTI 2002)


Il ciclo di lavorazione della ceramica medievale inizia con l’estrazione e la stagionatura dell’argilla, dalla quale è necessario eliminare impurità che potrebbero diminuire la plasticità durante la lavorazione e, in fase di essiccazione e di cottura, rendere fragile il prodotto finito.

Questa operazione si può effettuare per sedimentazione in vasche, per setacciatura con vasche disposte a cascata o con entrambe queste metodologie.

L’eccessiva plasticità dell’argilla però può rendere difficile la forgiatura e, accelerando l’essiccazione, può produrre fessurazioni sul corpo ceramico; per questa ragione dopo la fase di depurazione alla materia prima si aggiungono digrassanti in grado di dar corpo all’argilla, come ad esempio terracotta macinata (chamotte), sabbia, roccia triturata e sostanze organiche.

A questo punto avviene la lavorazione al tornio, veloce o lento, e l’essiccazione, ma solo con la cottura dai 600° ai 900° l’argilla perde l’acqua residua e si trasforma in corpo solido, assumendo una colorazione chiara (se ben cotta) che va dal rosso al crema, con diverse sfumature.

I torni più comuni di età medievale consistono di norma in un asse verticale che sostiene un piatto rotante mosso manualmente (tornio lento) ed eventualmente di un volano sottostante mosso a pedale (tornio veloce)[2]. Una volta cotto il corpo ceramico può subire la rifinitura superficiale tramite l’applicazione di ingobbio (argilla liquida molto depurata) e la successiva lisciatura[3] con l’ausilio di stecche e panni, al fine di rendere impermeabile la superficie o di creare un fondo uniforme per la decorazione.

La ceramica da mensa di XIII-XIV secolo può presentare inoltre diversi tipi di rivestimento e di decorazione che contribuiscono a migliorare l’estetica del vaso nonché la sua funzionalità di contenitore. Sulle mense della prima metà del Trecento venivano impiegate ceramiche invetriate che potevano essere usate anche per la cottura e per la conservazione dei cibi.

L’invetriatura si realizza con l’applicazione sul corpo del vaso, esternamente e/o internamente, di un composto a base di silice e fondenti di natura piombifera o alcalica (sodio, potassio) che vetrifica alla temperatura di 1000° circa, dopo una seconda fase di essiccazione.

La vetrina presenta colorazioni che vanno dal giallo al verde scuro (con attestazioni di ceramica invetriata trasparente) e che dipendono in larga misura dalla densità del composto utilizzato per la coperta e dall’ossidazione che il corpo ceramico riceve durante la cottura[4].

Le fonti di cui l’archeologo si serve per ricostruire il panorama della ceramica da mensa medievale vanno dai reperti (interi e frammentari) rinvenuti in contesti di scavo alle rappresentazioni iconografiche dei pittori dell’epoca, nella quali spesso compaiono dettagli di utensili facilmente associabili ai manufatti che l’archeologia ci restituisce.

Anche Giotto (1266-1337), ad esempio,  raffigura un esemplare di boccale in invetriata verde nella Morte del Cavaliere di Celano (Basilica Superiore di San Francesco, Assisi).

 

 

Figura  2 – Particolare della tavola rappresentata da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi

(Morte del Cavaliere di Celano)

 

Nel corso del XIII secolo inizia nell’Italia centro settentrionale la produzione di maiolica arcaica, così definita perché utilizza la prima forma di rivestimento realizzato con l’aggiunta di stagno, il quale, contrariamente al piombo e alle soluzioni alcaline, si presenta opaco e pertanto dona una copertura uniforme al vaso costituendo un’ottima base per qualsiasi intervento decorativo pittorico.

Da questa importante innovazione nasceranno nei secoli successivi le maioliche tardo medievali e rinascimentali.

 

Figura  3 – Brocca in maiolica arcaica dal sito medievale di Rocca San Silvestro. (Dal Portale di archeologia Medievale dell’Università di Siena: http://archeologiamedievale.unisi.it/SitoCNR/Ceramica/Musei/museiRSS.html)

Figura  4 – Coppia di boccali in maiolica arcaica dal museo della ceramica di Faenza (dal sito internet http://www.racine.ra.it/micfaenza/index.htm)

Per queste ceramiche il ciclo di produzione si arricchisce di un ulteriore passaggio, quello decorativo, che si realizza con l’applicazione a pennello della decorazione, dopo l’essiccazione del rivestimento, e di un’ultima cottura dalla quale si ottiene il prodotto finito.

Le produzioni di maiolica arcaica comprendono principalmente forme chiuse (boccali, brocche), decorate da elementi vegetali, geometrici o figurativi mostruosi in verde ramina e bruno manganese.

In alcuni casi al verde ramina si sostituisce il blu cobalto (maiolica arcaica blu) e non sono rari esempi di tricromia. La produzione duecentesca riguarda boccali a piedistallo progressivamente affiancati da quello a corpo ovoide con basso piede[5].

Le forme aperte, il cui fabbisogno nell’Italia settentrionale è ampiamente coperto dalla produzione della graffita arcaica[6], erano invece esclusivamente bacini architettonici usati nei chiostri e nelle facciate di edifici religiosi .

 

 

Figura 5 – Dettaglio di alcuni bacini architettonici dal chiostro di San Nicola a Tolentino (sec XIV)

 

 

 

                

 

Figura 6 – Alcuni esempi di ciotole e bacini in graffita arcaica (GELICHI 1984)

 

 

In area marchigiana citiamo ad esempio un particolare del Cappellone di San Nicola a Tolentino (Le nozze di Cana, Giovanni da Rimini, 1267-1337) dove, assieme ad oggetti in vetro e in legno comunemente usati sulle tavole medievali, spicca la raffigurazione di un vaso in maiolica arcaica.

Si tratta di un boccale a beccuccio decorato in blu cobalto e bruno manganese, con motivi geometrici sul collo e sulla pancia entro riquadri delimitati. Il corpo è sferico e il piede svasato mentre l’ansa è schiacciata

 

         

 

Figura 7 – Particolare de Le nozze di Cana, Giovanni da Rimini e della brocca rappresentata.

          

Dall’area pesarese, dove si attesta una massiccia produzione di influenza faentina, possiamo citare il polittico di Johannes Barontius de Arimino a Macerata Feltria, mentre dalle marche meridionali e precisamente dalla chiesa di Santa Maria della Rocca di Offida, proviene una terza indicazione iconografica sulle produzioni di XIV secolo nelle Marche.

Dall’area romagnola rimane invece la testimonianza iconografica del refettorio dell’Abbazia di Pomposa (Cena dell’Abate Guido, Pietro da Rimini  - prima metà del XIV secolo), dove è raffigurato un boccale a piede svasato in maiolica arcaica.

 

     

Figura 8 - Cena dell’Abate Guido, Pietro da Rimini  - prima metà del XIV secolo e particolare della brocca rappresentata.

            

Quello che manca nelle rappresentazioni iconografiche e che invece emerge con insistenza dalle indagini archeologiche è quella porzione di utensili e oggetti in ceramica acroma (cioè prive di rivestimento) di più largo consumo, destinati alla cottura dei cibi e alla conservazione delle derrate nei magazzini o nelle cucine.

Si tratta di forme molto funzionali e pertanto molto durature nei secoli, le quali nonostante l’assenza di copertura (vetrine, smalto, ingobbio), non saranno mai abbandonate negli usi domestici, o per lo meno non prima dell’affermazione su scala industriale del pentolame in metallo.

La ceramica priva di rivestimento può essere divisa in due grandi categorie, riconoscibili in base agli inclusi presenti nell’impasto e, di conseguenza, in base all’utilizzo cui era destinata.

La ceramica da fuoco (o grezza), realizzata con argilla opportunamente miscelata a componenti che ne aumentano la refrattarietà e la resistenza alla fiamma, sono rappresentate principalmente da tegami e pentole  per la cottura di cibi solidi (pane) e da pentole e olle ansate per la cottura di cibi liquidi (zuppe, farinate)[7]

Figura 9 – Tegame da fuoco in ceramica grezza dal sito di Castel di Pietra (SI). – (Dal sito internet http://archeologiamedievale.unisi.it/Fondazione/luoghi/CDP/CDP7.html)

 

Con la diffusione della vetrina ai contenitori acromi da fuoco si affiancheranno  quelli invetriati internamente, nei quali la copertura uniforme permette l’impermeabilizzazione delle pareti e impedisce ai cibi di attaccarsi alla superficie.

La ceramica acroma è costituita da un secondo gruppo funzionale, dagli impasti più depurati e generalmente usata per la conservazione dei cibi e delle derrate. Le forme più diffuse, con differenziazioni di tipo regionale tuttavia, sono i catini troncoconici, brocche e boccali[8] o piccole anfore acquarie.

Per ragioni di sintesi abbiamo trattato in questo articolo le classi e le tipologie ceramiche maggiormente in uso nell’Italia centrale nei secoli XIII-XIV (periodo che interessa più da vicino le attività della Compagnia del Quadrello) tralasciando quelle che invece si attestano nelle altre zone e regioni della penisola, in un momento storico in cui le produzioni ceramiche presentano notevoli differenziazioni anche a livello sub-regionale. Per questo motivo talvolta la rievocazione ha bisogno di studi approfonditi e di settore che non cadano in sterili generalizzazioni e che invece costituiscano la base di una puntuale e significativa ricostruzione storica.

 

 

 

 

TABELLA RIASSUNTIVA

CLASSE CERAMICA

IMPASTO

FORME

DECORAZIONI/RIVESTIMENTO

FUNZIONE

Acroma grezza

Ricco di inclusi di medie-grandi dimensioni.

Olle, pentole, tegami ansati, catini coperchio, brocche scaldavivande

Quasi assenti, incisioni

Cottura e riscaldamento dei cibi

Acroma fine

Depurato con pochi e piccoli inclusi

Brocche, anfore, catini, olle ansate

Quasi assenti, incisioni sull parte superiore

Conservazione cibi, piccoli trasporti di liquidi

Invetriata

Depurato con pochi e piccoli inclusi

Brocche, olle, orcioli, tegami, catini coperchio, rinfrescatoi

Vetrina (gialla-verde) interna e esterna, a volte incisioni sul collo

Cottura dei cibi, usi da tavola

Maiolica arcaica

Depurato con pochi e piccoli inclusi

Boccali, brocche, bacini architettonici.

Smalto coprente e decorazione  in verde, bruno e blu.

Vasellame da tavola, decorazione architettonica

 

 

 

T.MANNONI-E.GIANNICHEDDA 2003, Archeologia della produzione, pp.78-88.

LUSUARDI SIENA S., 1994, Ad mensam. Manufatti d’uso da contesti archeologici tra Tarda Antichità e Medioevo, Udine.

GELICHI S. 1984, Studi sulla ceramica medievale riminese. La “graffita arcaica”, “Archeologia Medievale”, XI (1984), pp. 149-214

GELICHI S., 1988, La maiolica italiana della prima metà del XV secolo. La produzione in Emilia Romagna e i problemi della cronologia, in “Archeologia Medievale”, 1988.

GELICHI S., 1992a, La ceramica da mensa tra XIII e XV secolo nell’Italia centrale, in BOJANI G.C., a cura di, Atti del convegno sulla ceramica fra Umbria e Marche dal Medioevo e il Rinascimento, Faenza, pp.11-21.

GELICHI S, 1992b, La ceramica a Faenza nel Trecento. Il contesto della Cassa Rurale ed Artigiana, Faenza 1992.

PATITUCCI UGGERI S., 2000, La ceramica invetriata tardomedievale dell'Italia centro-meridionale, Atti del convegno, a cura di S. Patitucci Uggeri, Firenze.

R.FRANCOVICH – M.VALENTI 2002, C’era una volta, le ceramiche de convento del Carmine – Siena, Catalogo della mostra tenutasi a Santa Maria della Scala, 25 Giugno-15 Settembre 2002.

 


 

[1] F.BERTI, Storia della ceramica di Montelupo, vol.IV, 1997-2001.

[2] MANNONI GIANNICHEDDA 2003.

[3] La lisciatura avveniva ovviamente dopo una seconda cottura.  Alcune decorazioni plastiche applicate successivamente al corpo ceramico possono inoltre essere realizzate a stampo, consentendo una produzione in serie più rapida e di buona qualità.

[4] In genere le fornaci in costruzione basso medievali permettono un buon controllo dell’atmosfera e una buona ventilazione della camera di cottura.

[5] LUSUARDI SIENA 1994.

[6] La produzione della graffita arcaica (ceramica ingobbiata, graffita e successivamente dipinta e invetriata) si rivolge al consumo di vasellame da mensa e interessa soprattutto l’area veneta-padana, arrivando a toccare le Marche settentrionali. Cf. GELICHI 1992a.

[7] GELICHI 1992b, pp.49-50.

[8] GELICHI 1992b, pp. 57-58.