Rievocare

Anno I n. 1 (Luglio-Agosto 2005)

Recensione di U. Moscatelli

 

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La produzione a stampa dedicata alla tematica della rievocazione si è recentemente arricchita di un nuovo periodico della T.&T. di Ferrara che viene proposto al pubblico nella veste di una rivista bimestrale, provvista di un gradevole progetto grafico e corredata da numerose illustrazioni a colori.

Il primo numero di Rievocare viene introdotto da un editoriale di Susanna Tartari nel quale l’Autrice descrive in buona sostanza il proprio punto di vista sulla rievocazione; un punto di vista nel quale risaltano sia l’attenzione e la sensibilità nei confronti delle diverse problematiche (storiche, tecniche, artigianali e altre ancora) che devono costituire l’ossatura della rievocazione, sia l’emozione e l’entusiasmo che rappresentano un motore irrinunciabile unitamente alla capacità di “calarsi nel ruolo” e pertanto – in qualche modo – di essere i personaggi e le figure che vengono rappresentati.

All’editoriale della Tartari seguono un saggio di Andrea Carlucci e una serie di contributi divisi tra le nove sezioni tematiche che costituiscono la struttura del primo fascicolo: Il Gruppo Storico (approfondimenti sull’attività svolta da specifici gruppi storici), Oplologia, Storia della moda e del costume, Uniformologia ed Equipaggiamento, La rievocazione (approfondimento su specifici eventi a carattere rievocativo), Artigianato storico, Golosi della storia (gastronomia storica), I Musei, Le Manifestazioni.

Questo ampio quadro di offerte è completato dalla presenza di alcune rubriche su eventi di vario genere in calendario, mostre, segnalazioni bibliografiche, discografia, e annunci di vario genere.

La quantità di contributi è tale da rendere improponibile un resoconto dettagliato su ciascuno di esso, sicché mi limiterò a commentare solo alcuni degli articoli pubblicati, seguendo un criterio dettato unicamente dalle mie personali curiosità e dunque estraneo al valore intrinseco degli interventi non menzionati.

Come si è visto, il primo numero della rivista si apre con alcune pagine che Andrea Carlucci dedica al tema della ricostruzione tra rievocazione, gioco e folklore. Dopo un opportuno inquadramento storico sull’evoluzione degli spettacoli dall’età romana ai nostri giorni e alcune brevi note sulla rappresentazione del Medioevo nello spazio cinematografico e in tv, l’Autore inquadra nei loro corretti ambiti le diverse attività che fanno capo alla messa in scena del passato. Questa viene ricondotta a due principali tipi di approccio: quello della Living History («composizione animata in abito storico») e quello del Re-enactment (ricostruzione di uno specifico evento storico). Non è certo privo di significato che per mettere un po’ d’ordine non ci si possa affidare al lessico italiano, nel quale per lo più ogni manifestazione in costume viene genericamente definita “rievocazione storica”, categoria alla quale l’uso corrente attribuisce fenomeni di vario genere che vanno dalla sagra paesana alle giostre o ancora ai cortei, alle settimane o giornate medievali e infine – per fortuna ci sono anche quelli – agli eventi più seri.

In effetti, a voler ampliare il discorso di Carlucci, ci sarebbe molto da dire a proposito dell’ambiente italiano e delle sue tendenze in fatto di rievocazione. In particolare, mi sembrano da tenere in attenta considerazione alcune recenti dinamiche che, apparentemente di segno opposto, a mio avviso esprimono invece le due diverse facce di un identico problema.

Da un lato si assiste a una continua proliferazione di eventi a carattere rievocativo: quasi ogni paesello ha la sua “rievocazione” (un po’ come accade per le università decentrate…) e ogni paesello ripropone – su scala minore – i modelli adottati nelle sedi di maggior tradizione: corteo, mercato medievale, cena medievale, rogo dell’eretico, arresto del ladro e via dicendo. Il tutto attestato su livelli qualitativi in merito ai quali preferisco non esprimermi.

Dall’altro si notano evidenti segni di crisi anche nelle manifestazioni più collaudate, crisi che si manifesta sia nel calo delle affluenze, sia nelle valutazioni critiche degli spettatori. Ora, è certo che l’attuale crisi economica ha il suo peso: una famiglia di quattro persone paga a caro prezzo i biglietti di ingresso a un centro storico in festa e ancora di più spende per mangiare. E’ chiaro quindi che molti rinunciano per ovvie ragioni di bilancio. Ma se si raccolgono le testimonianze di coloro che riescono a sostenere i costi, l’impressione prevalente è quella di una diffusa stanchezza; «sempre le stesse cose» pare essere il commento più diffuso.

In effetti il vizio di fondo di non poche manifestazioni italiane è che la “rievocazione” non nasce da un autentico interesse culturale  fondato su un progetto di crescita e miglioramento, quanto piuttosto dal desiderio di mettere a punto un efficiente motore economico. Naturalmente l’intento – per così dire - mercantile risulterebbe del tutto comprensibile se del mercato si accettassero fino in fondo le leggi, prima fra tutte quella concernente la validità dell’offerta. Invece è accaduto che a una buona o accettabile partenza spesso abbia fatto seguito una sterile reiterazione connotata da una progressiva contrazione degli investimenti e da un crescente disinteresse per la coerenza storica. In soldoni capita sempre più spesso di constatare che l’etichetta di “rievocazione storica” viene imposta a contesti in realtà molto differenziati e poco attinenti alla definizione. C’è un caso recentissimo che mi sembra emblematico, quello della seconda edizione de Le città della storia, svoltasi ad Ascoli Piceno nello scorso giugno, dove una macchina certamente efficiente sotto il profilo economico ha però creato non poco sconcerto tra i pochissimi che effettivamente si occupavano di rievocazione. Ancora Ascoli è un esempio – ma non certo il solo – dell’ingente quantità di risorse economiche che possono essere investite nell’organizzazione di un evento, in questo caso la Quintana, i cui unici scopi sono quello di catalizzare l’acceso agonismo dei sestieri (proprio per quel travisamento del concetto di “giocare alla guerra” cui si riferisce Carlucci) e quello di mettere in atto l’imponente parata di un corteo di figuranti in costume. È assolutamente sorprendente che in un contesto architettonico e urbanistico straordinario come quello ascolano nessuna risorsa sia mai stata investita per calare la Quintana in un quadro completo nel quale dare spazio a una adeguata rappresentazione della vita cittadina del tardo medioevo, peraltro ben documentata nel patrimonio archivistico locale. Eppure l’esperienza di Bevagna dovrebbe ormai aver insegnato quanto successo possano riscuotere iniziative di questo genere.

Si tratta in definitiva di una situazione che, pur senza essere priva di luminose eccezioni e di segnali di miglioramento, appare comunque caratterizzata da vizi endemici, le cui sorgenti forse appaiono più chiare quando rivolgiamo la nostra attenzione ai rapporti tra l’ambiente dei rievocatori e quello degli specialisti. Si tratta dell’ultimo punto toccato da Carlucci, quello dell’archeologia sperimentale. Si può dire che quest’ultima dovrebbe rappresentare, in un mondo perfetto, il punto d’incontro tra la schiera dei rievocatori e quella degli studiosi di professione. Sebbene non manchino fruttuosi esempi di collaborazione in tal senso, in linea di massima gli uni e gli altri tendono a ignorarsi. I rievocatori troppo spesso possiedono un concetto di “ricerca scientifica” a dir poco discutibile, come dimostrano ad esempio la conoscenza largamente insufficiente dei metodi della ricerca e delle bibliografie tematiche, nonché l’inveterata tendenza ad attribuire valore universale a una singola monografia letta. Gli studiosi dal canto loro, primi fra tutti gli archeologi, di solito mostrano scarso interesse per il mondo dei rievocatori, dimostrandosi raramente capaci di comprendere la portata metodologica delle attività artigianali connesse alla rievocazione, essenziali invece per la verifica delle conoscenze acquisite con il basilare supporto delle metodologie più tradizionali. Da questi atteggiamenti, va detto, si distaccano gli studiosi di preistoria per ragioni palesemente correlate alla natura delle loro ricerche. Di recente, inoltre, sembra essere nato un maggiore interesse per l’Archeologia Sperimentale anche da parte di alcuni medievisti (si pensi ai lavori di Tiziano Mannoni, di Enrico Giannichedda, di Aurora Cagnana e altri ancora).

Le pagine che seguono il contributo di Carlucci rendono conto dell’ampia gamma di spunti e temi offerti da Rievocare.  Di grande interesse e utilità risultano le sezioni dedicate a un resoconto piuttosto dettagliato dell’attività di due compagnie, il Gruppo Storico Cisalpina e l’Associazione Ulrick Von Starkenberg. Di speciale interesse è il tema dell’autenticità assoluta toccato a p. 25 dal presidente del secondo gruppo menzionato, che poi ritorna anche a p. 31 nel contributo di Maria Grazia di Stefano su Abbigliamento storico: nuove forme interpretative. Si tratta indubbiamente di un punto nodale di ogni attività a carattere rievocativo: non si possono effettivamente nutrire fondate speranze di produrre alcunché di assolutamente filologico. Sono cambiati materiali, metodi di produzione, clima e molto altro ancora; si sono anche persi moltissimi dei saperi artigiani, per lo più costituiti da un’infinità di segreti di bottega costruiti su un’esperienza empirica secolare. Si pensi alla forgiatura di una punta di freccia: l’oggetto che realizziamo oggi può sicuramente risultare tipologicamente identico agli originali, ma resta il fatto che nel Medioevo i metodi estrattivi e quelli attraverso i quali si arrivava alla preparazione della materia prima da lavorare erano ben altra cosa. Lo stesso vale per i tessuti, per le essenze arboree, per i pellami e via dicendo. Ammettendo ciò, non si deve dimenticare comunque che l’elevato livello di specializzazione cui sono arrivate le discipline archeologiche, grazie anche all’impiego di tecnologie assai sofisticate, consente di raccogliere informazioni di importanza essenziale nella realizzazione degli oggetti che si utilizzano nel corso delle attività rievocative.

A una delle forme che può prendere il sapere artigiano è dedicato il contributo di Celestino Poletti, il noto costruttore d’archi (come ama definirsi) di cui personalmente ammiro la straordinaria abilità nel costruire archi di tasso. Tra le altre cose Poletti descrive in modo puntale alcuni aspetti della costruzione degli archi compositi. Colpisce, a proposito di quest’ultima, quanto l’artigiano trentino riporta circa i tempi di realizzazione di un arco, valutati in 6-8 mesi; è infatti di un ciclo di lavorazione molto lungo se rapportato all’entità delle commesse che i costruttori d’archi medievali dovevano presumibilmente ricevere. Si tratta evidentemente di un aspetto che pone molti interrogativi circa i metodi di produzione e l’organizzazione del lavoro nelle botteghe dei mastri arcai.

In conclusione, come si comprende benissimo da questa pur parziale rassegna, Rievocare rappresenta già da questo primo numero, grazie alla serietà dell’impianto, un punto di riferimento importante non solo per gli appassionati del settore, ma anche per tutti coloro che vivono la rievocazione da semplici spettatori o da appassionati di discipline storiche.