Cuspidi rinvenute nello scavo del Castello della Motta
di Savorgano, a Povoletto (UD)[1]
Marco Vignola
Schede dei reperti
Tra tutte le armi che si possono recuperare nel corso di uno scavo, le cuspidi di proietti per arma da corda sono generalmente la tipologia meglio rappresentata. Prodotte a migliaia, erano infatti considerate alla stregua di oggetti “a perdere”, facilmente smarribili e non sempre riutilizzabili. Com’è dunque ovvio, anche gli esemplari giunti sino a noi sono molteplici, di ogni epoca e provenienza. Ad una tale abbondanza di rinvenimenti, tuttavia, non ha sempre corrisposto un analogo interesse da parte degli studiosi[2]; siamo dunque ancora ben lontani dal poter restituire un quadro d’insieme davvero esaustivo sotto il profilo cronotipologico e delle specifiche d’impiego di ciascun reperto.
Le 44 cuspidi rinvenute presso la Motta, in ogni caso, costituiscono un insieme piuttosto significativo per lo studio e la comprensione delle attività belliche e venatorie praticate dagli abitanti del castello. Come si può leggere nell’apposito schema riassuntivo (organizzato secondo la morfologia delle punte e seguendo una scala di peso decrescente[3]: vedi tavola riassuntiva ), le cuspidi più numerose sono quelle fornite di punta piramidale a sezione triangolare (26 esemplari). Entro questo gruppo si rileva una forbice significativa tra gli esemplari più massicci (con un peso intorno ai 30 g.) e quelli dotati di ferro più leggero (meno di 10 g.). Tendenzialmente più grevi sono invece le cuspidi a sezione quadrangolare (11 esemplari), il cui peso varia dai 55 g. del ferro più robusto ai 10 g. di quello più esile, ma con un’ampia casistica di rilevamenti (ben 9 su 11) che si pongono oltre la soglia dei 19 g. Sempre quadrangolare, infine, è l’unica cuspide con innesto “a codolo” di tutto il repertorio offerto dalla Motta[4], breve e tozza, dal peso di 29 g.
Se per tutti questi esemplari è sicuramente ipotizzabile un impiego bellico[5], non è tuttavia altrettanto semplice distinguere con chiarezza quando una cuspide sia stata foggiata per essere lanciata da un arco oppure da una balestra[6]. Differenziare le diverse forme, infatti, è molto complesso. Non esiste una norma consolidata e sempre affidabile per separare le cuspidi di freccia da quelle di dardo[7], per quanto, in certi casi, possa essere indicativa la misurazione del diametro interno delle gorbie (laddove sia leggibile) e la rilevazione del peso. La differenza principale tra frecce e dardi poteva infatti risiedere nella loro taglia; i primi erano generalmente più corti, più tozzi e dotati di ferri più pesanti, dal momento che la forza propulsiva d’una balestra era solitamente assai superiore a quella di un arco comune[8]: ma anche tra dardo e dardo, tuttavia, potevano sussistere differenze tutt’altro che marginali, come ci dimostra un raro insieme di aste impennate reperite a Castel Coira[9]. Non esisteva, inoltre, un solo tipo di balestra, ma già dagli inizi del Duecento se ne documentano di più fogge e dimensioni, per le quali si impiegavano come minimo tre diverse forme di munizionamento[10]. Sappiamo che esisteva, almeno nei centri dove quest’arma aveva una tradizione d’uso radicata, un tentativo di controllo governativo sulla bontà delle cuspidi (come nel caso di Genova, dove i pezzi migliori venivano realizzati dalla zecca[11]); ma a lato di questa produzione per così dire “garantita”, rimaneva tutta una serie di ferri che potevano essere forgiati anche localmente, senza verifiche altrettanto rigide da parte di un’autorità centrale. A complicare il quadro della situazione si deve infine aggiungere la probabile sussistenza nel medesimo arco cronologico di tipologie specializzate e differenziate a seconda del loro impiego[12], senza nemmeno trascurare l’eventualità che alcune forme particolari si siano sviluppate o evolute nel corso dei secoli per far fronte a nuove esigenze di carattere militare.
In questa formidabile eterogeneità di attestazioni, sia inteso, è tuttavia possibile fare un poco di ordine almeno sul piano delle datazioni. Le cuspidi con punta piramidale a sezione triangolare, per esempio, sono tra le più comuni in moltissimi contesti di scavo e non risulterebbero documentate prima degli inizi del XIV sec, continuando nell’uso almeno fino al XVI sec.[13]; costituirebbero dunque un buon indicatore cronologico, sebbene per un arco di tempo piuttosto esteso, cioè poco meno di tre secoli. Ben più lunga parrebbe invece la parentesi vitale delle cuspidi quadrangolari, riscontrabili già in ambiti tardo antichi, come Invillino e S.Antonino di Perti[14], ma utilizzate fino alle soglie dell’età moderna insieme alla tipologia precedente, in particolar modo nella forma dotata di punta stretta ed allungata, dal collo indistinto[15]. Più caratterizzanti di contesti basso medievali (ma non esclusive) potrebbero invece essere le foggie a punta piramidale o bipiramidale (sempre quadrangolari) e dal collo più o meno marcato, ben rappresentate presso il castello della Motta. Per cuspidi di questo genere esistono confronti sicuri nei siti di Manzano, Soffumbergo, Zuccola, e Buttrio[16], ma volendo esulare dall’ambito friulano si potrebbero tracciare ulteriori accostamenti con esemplari provenienti da Montereale Valcellina, Montalto di Mondovì, Segesta, e Argenta (solo per citarne alcuni), fino a varcare i confini nazionali con il sito di Rougiers[17].
E’ certo, in conclusione, che le cuspidi fornite di punta a sezione triangolare e quadrangolare siano state prodotte insieme per più secoli, almeno a partire dal XIV fino al XVI[18], ovvero fino a quando gli archi e le balestre non uscirono dagli arsenali guerreschi per essere relegati all’uso ludico o venatorio. Nel turcasso di un balestriere, dunque, potevano almeno teoricamente convivere parecchi dardi forniti dei ferri più disparati, di sezione e peso differenti[19].
Procedendo quindi ad un esame ravvicinato delle cuspidi rinvenute presso la Motta, pur non essendo sempre possibile precisarne la destinazione funzionale, vediamo come sia possibile isolare un insieme di cuspidi di peso e formato decisamente superiore alla media, riconducibile senza troppe remore ad un impiego con balestre di grande formato, come quelle de duobus pedibus. A questo gruppo appartengono quasi certamente due ferri a sezione triangolare[20] (st. 31172 e st. 31173 , il cui peso si aggira intorno ai 30 grammi, con una lunghezza complessiva prossima agli 8 cm.) e probabilmente altre cinque cuspidi (forse sei), fornite di punta a sezione quadra (st. 32322 , 31885 , 31886 , 32158 , 32166 , 32164 ) e aventi un peso tra 55 e 29g., con una lunghezza intorno agli 8-9 cm. (ad eccezione di st.32164, lacunosa in corrispondenza della punta).
Per contro, gli esemplari più leggeri (come, ad esempio, le cuspidi st. 32165 e st. 31855 , dal peso di soli 10 e 8 g., splendidamente conservate e dunque molto significative) sembrerebbero adatti ad un impiego su freccia. Adeguati ad una balestra “a staffa”, invece, potrebbero essere tutti i ferri il cui peso si aggira intorni 14-16 g.[21] (con un lieve margine di tolleranza connesso al livello di degrado), per salire oltre i 20 degli esemplari più grevi.
Solo un esemplare, infine, è dotato di una semplice punta a sezione circolare, naturale prosecuzione della gorbia (st. 32370 )[22].
Se tutto questo repertorio pare indicativo della funzione più strettamente militare e fortificatoria del castello, più vicine alle attività quotidiane sono invece due cuspidi venatorie. La prima (st. 31853 ), caratterizzata dal classico profilo alettato già riscontrabile in molti esemplari alto-medievali (ma attestato anche in contesti basso-medievali[23]), era probabilmente adaguata all’abbattimento di grosse prede, come orsi, cervi e cinghiali[24]; la seconda (st. 32188 , invece, fornita di una strana punta “a forchetta”, al momento è priva di confronti sicuri, ma in origine doveva essere destinata alla piccola selvaggina, forse alla caccia dei volatili, per i quali non occorrevano ferri troppo robusti o penetranti, che li avrebbero squassati.
Di funzione meno certa, infine, è un ultimo esemplare dotato di sezione ellittica e profilo triangolare, molto probabilmente interpretabile come cuspide di freccia, ad uso generico[25].
In conclusione, possiamo dunque osservare che presso il castello della Motta esiste una evidente sperequazione tra le cuspidi nate per un impiego bellico e quelle tipicamente venatorie, a tutto vantaggio della prima categoria. A livello cronologico, dobbiamo purtroppo riscontrare come siano ben pochi gli esemplari rinvenuti in contesti di sicura affidabilità stratigrafica; la maggior parte delle cuspidi, infatti, proviene dalle ultime fasi di vita del castello, da strati rimestati e disturbati (periodo C,D,E). Un solo reperto, fornito di punta piramidale a sezione quadra (st. 32164 ), è riferibile al periodo B e ci offre pertanto una datazione più attendibile, collocabile anteriormente alla metà del XIII sec.
[1] Questo articolo è un estratto della pubblicazione seguita alle numerose campagne di scavo condotte presso il Castello della Motta di Savorgnano, nel comune di Povoletto (UD). Si veda, a questo proposito, Progetto Castello della Motta di Savorgnano. Ricerche di archeologia altomedievale e medievale. Indagini 1997-99, 2001-2002, a cura di F.PIUZZI, Firenze, 2003.
[2] Esistono in questo senso delle lodevoli eccezioni, come gli studi sulle cuspidi rinvenute a Montaldo di Mondovì (CORTELAZZO-LEBOLE DI GANGI 1991, pp.204-207), a Segesta (MOLINARI 1997, pp.167-170) e a Ripafratta (AMICI 1989, pp.460-462). Per restare in ambito friulano, invece, di sicura utilità sono anche gli studi sulle cuspidi di Manzano (FAVIA 2000, pp.149-157), di Zuccola (FAVIA 1992, pp.263-268), di Soffumbergo (FAVIA 1994, pp.57-62) e degli esemplari conservati presso i musei di Cividale (BRESSAN 1989, pp.59-75) e di Udine (BRESSAN 1995, pp.165-172).
[3] La rilevazione del peso è un passo necessario nello studio delle cuspidi, in quanto ci fornisce una buona guida per giungere ad una loro distinzione tipologica. Bisogna tuttavia ricorrere con una certa cautela al dato ponderale, giacchè il grado di usura talvolta parossistico di alcuni esemplari può averne fortemente modificato le caratteristiche originarie. Le lacune, inoltre, specie se localizzate nelle punta (dove si concentra buona parte del peso di una cuspide), possono talvolta rendere inutile e persino controproducente la pesatura, fornendoci un dato così alterato da essere per certi versi “sviante”. In questo studio, quindi, si è preferito non indicare il dato ponderale laddove non sia stato considerato sufficientemente indicativo ed affidabile, vuoi per l’insistenza di inclusi macroscopici o per la presenza d’importanti lacune. Nella maggioranza dei casi la rilevazione del peso effettuata su reperti in fase post-depozionale deve comunque essere considerata poco più che un mero “ordine di grandezza”, impreciso nel dettaglio.
[4] Limitando la nostra analisi ai soli contesti friulani, ben diversa appare invece la situazione del castello di Manzano, dove sono state scavate 24 cuspidi “a codolo” su un totale di 66 esemplari (FAVIA 2000, pp.149-150); lo stesso vale per Zuccola, dove gli esemplari forniti di codolo sono 11 su 52 (FAVIA 1992, pp.263-265). Del tutto analogo al caso del castello della Motta è invece quello di Soffumbergo, dove abbiamo una sola cuspide “a codolo” su un totale di 40 esemplari (FAVIA 1994, p.58). Può essere interessante rilevare come le cuspidi fornite di innesto “a codolo” (di foggia comunque differente rispetto all’esemplare della Motta, ma assai simile ad alcune cuspidi di Manzano) siano le più rappresentate nel castello di Flashberg, in contesti che vanno dal XII-XIII sec., fino al XVI. SPINDLER 1995, p.367, tav.23; p.368, tav.24.
[5] Le cuspidi piramidali, infatti, sono atte principalmente alla penetrazione e allo sfondamento degli apparati difensivi (piastre, anelli metallici, giubbe). Ad una cuspide di impiego venatorio (per animali di grande mole, almeno...) si richiedeva invece di produrre ferite che fossero il più possibile ampie e invalidanti, ricorrendo soprattutto alla aggiunta di alettature, le quali, oltretutto, ne rendevano più difficoltosa l’estrazione. Alla presenza delle alettature, dunque, corrispondeva una enfatizzazione del “potere vulnerante”, talvolta a scapito della capacità di penetrazione, la quale, ovviamente, è da cosiderarsi direttamente proporzionale alla robustezza della punta ed inversamente proporzionale al suo angolo di vertice (ovvero, più una punta è stretta e sottile, meno resistenza incontra nell’attraversare un bersaglio). Un esemplare fornito di alette non manca di figurare tra i reperti della Motta (st. 31853 ), ed è accostabile a certe cuspidi venatorie raffigurate in alcune miniature del “Libro della Caccia” di Gaston Phoebus. DE LONGEVIALLE-D’ANTHENAISE 2002, pp.80-88.
[6] E’ questa la ragione per la quale nelle schede d’inventario ho preferito attenermi alla formula più generale di “cuspide di proietto per arma da corda”, comprensiva di ogni genere d’impiego.
[7] Con il termine di “freccia” si preferisce designare in modo specifico il proietto lanciato dall’arco, mentre con “dardo” si intende quello lanciato dalla balestra. BLAIR 1979, pp.145,176-177.
[8] Fa eccezione l’arco lungo inglese, peraltro ben poco diffuso in Italia, la cui potenza era paragonabile a quella delle balestre più leggere, ma comunque distantissima da quella delle balestre de turno. Un esemplare di arco lungo scavato nel relitto della Mary Rose (a.1545) aveva una potenza di 180 libbre, certamente un caso estremo, ma comunque poca cosa a confronto delle 1000 libbre degli archi di acciaio di certe balestre ossidionali del sec.XV. HOOPER-BENNET 1996, pp.161-162.
[9] Si tratta di un interessantissimo insieme di 15 aste rinvenute in una feritoia del mastio di Castel Coira. La loro lughezza varia dai 34,5 cm dell’esemplare più breve ai 40,2 cm di quello più lungo, con un diametro compreso tra 1,1 e 1,6 cm. (10 degli esemplari, invero, hanno un diametro che va da 1,3 a 1,5 cm.). Le aste sono realizzate in legno di larice, mentre le alette sono generalmente costituite da una sottile lamella di salice, forzata “ad incastro” in un intaglio passante. La parte terminale dell’asta è intagliata a foggia di cocca, per noce rotante, in direzione normale al piano delle alette. STADLER 1998, pp.80-87.
[10] Presso le città sottoposte a Filippo II Augusto di Francia, per esempio, figuravano tre tipologie di balestre: la balistam ad estrif (de streva, nei documenti italiani), cioè a staffa, la balistam ad duos pedes e la balistam ad tornum, quest’ultima da identificarsi con una baletra pesante, da postazione. LIEBEL 1998, pp.26-27.
[11] CALVINI 1982. Probabilmente era proprio la zecca ad accollarsi questo onere perché le sue bilance erano capaci di garantire una buona uniformità nel peso dei ferri, a garanzia di una maggiore precisione di tiro, visto che a parità di spinta propulsiva il peso del proiettile è fondamentale per determinarne la traiettoria e la gittata. Di “viretons d’espreuve” si parla anche in alcuni documenti francesi, non già con riferimento ad “arrows used for proof…(of an armour)” ma quasi certamente per indicare punte certificate da una autorità governativa, vuoi per la bontà del metallo adoperato nella forgia, vuoi per una particolare uniformità di peso tra pezzo e pezzo. Queste frecce di maggiore qualità avevano anche un costo superiore, a volte il doppio di una punta freccia ordinaria. FFOULKES 1912 (rist. 1988), pp.63-64.
[12] Per avere una panoramica di quanto possa essere variegato il panorame delle cuspidi, si può fare riferimeto alla tavola fotografica del Museo di Londra nella quale sono raffigurate sinotticamente ben trentuno forme di cuspidi di dardo e di freccia. BARTLETT-EMBLETON 1995, p.52.
[13] Confronti: AMICI 1989, pp.460-462, tav.XV, nn.2-4,6 gruppo a: BAZZURRO et al. 1974, pp.34-35, n.38, sec. XV: BRESSAN 1995, pp.166-168, nn.1801, 1810, 1839, 1840: BRESSAN 1989, pp.67-68, tipo l: CORTELAZZO-LEBOLE DI GANGI 1991, pp.204-207, fig.113 n.10-20 (tipo B 3.2), due esemplari sec.XIV, forte presenza in strati di fine XV-inizio XVI, forse alcune residuali: D’ARCHIMBAULT 1980, pp.446-447, tav.426 n.23-33, XIV-inizio XV sec.: GAMBARO 1985 pp..227-228, tav.VIII n.14: FAVIA 2000, pp.156-157, tav.3, nn.50,52,54; seconda metà XIV-XVI sec.: FAVIA 1994, pp.60-61, tipo B 4, tav.II, nn.2-8,11 (74): FAVIA 1992, pp.263-274, tipo B4, alcuni esemplari sono del sec. XIV, altri generalmente datati al XV-XVI: FOSSATI-MANNONI 1975, pp.49-50, n.23, cronologia incerta: GELICHI 1991, p.195, tav.XLII, n.1-5: De MARCHI 1996, pp.190-201, secondo tipo: MILANESE 1978, p.457, tav.II n.8, seconda metà XIV sec.: GARDINI 1976, pp.173-174, tav.II n.14, sec. XV: PIPPONIER 1984, p.508, tav.85, 12.3.35, inizi XIV sec.: SFLIGIOTTI 1990, pp.535-536, seconda metà XIV-inizio XV sec.: SOGLIANI 1995, p.106, nn.183-187,189-191. Cuspidi simili provengono anche dal villaggio di Geridu (comune di Sorso), in Sardegna, da contesti di XIV sec. (in fase di pubblicazione, ad opera dello stesso autore di questo contributo).
[14] Quasi tutte le cuspidi a sezione quadrangolare rinvenute ad Invillino sono del tipo a punta lunga, stretta e dal collo indistinto (BIERBRAUER 1987, tav.58, nn.1-7,9-10; tav.59, nn.1-3,5). Da questo insieme, tuttavia, si possono enucleare un paio di ferri nei quali la punta tende ad assumere un caratteristico andamento bipiramidale, non troppo dissimile da quello di molti esemplari bassomedievali (BIERBRAUER 1987, tav.58, n.8; tav.59, n.4). Due sono invece le cuspidi a sezione quadrangolare rinvenute presso S. Antonino di Perti, una associabile alla tipologia fornita di punta stretta ed allungata, l’altra più simile a certi esemplari dotati di punta piramidale, dal collo ben distinto (FOSSATI-MURIALDO 1988, p.383, tav.XVIII, nn.6,8).
[15] Un esemplare di questo tipo (st.31971s) è stato rinvenuto presso la Motta. AGRIPPA 1987, p.107, tav.XII, n.18 (sec. metà XIII-prima XIV): BRESSAN 1989, p.64, tipo a: CORTELAZZO-LEBOLE DI GANGI 1991, p.205, fig.113, n.7: FAVIA 2000, p.157, tav.3, n.26: D’ARCHIMBAUD 1980, p.446, tav.426, nn.5-11: FAVIA 1994, p.59, tav.I, nn.18-74, 41-74, (tipo “bizantino”): FAVIA 1992, p.266, tav.7, n.1: MOLINARI 1997, p.168, fig.190, n.I.2. La continuità d’uso e la diffusione di questa tipologia si possono senz’altro spiegare con la sua estrema semplicità costruttiva e con una buona capacità di penetrazione attraverso gli anelli delle protezioni in maglia di ferro.
[16] Per Manzano si veda FAVIA 2000, p.155, tav.2; p.157, tav.3, nn.25, 27. Per Soffumbergo: FAVIA 1994, p.59, tav.I, nn.37/93, 13/74. Per Zuccola: FAVIA 1992, p.266, tav.7, nn.2-5. Per Buttrio: TOMADIN 1999, p.38, tav.6, nn.89-90. Molte cuspidi a sezione quadrangolare sono poi conservate nella collezione del museo di Cividale (BRESSAN 1989, pp.59-75) e presso il museo di Udine; BRESSAN 1995, pp.165-172.
[17] Particolarmente interessante è il caso di Montereale Valcellina, dove è stata rinvenuta una cuspide con punta piramidale a sezione quadrata accanto ad una moneta forata del patriarca Ludovico di Tek (1412-1420). L’estremità della cuspide, che mostra segni evidenti di schiacciatura, si adatta perfettamente al foro della moneta, fornendoci un importante termine di datazione. (PIUZZI 1987, p.143, n.3). Per Montalto si veda CORTELAZZO-LEBOLE DI GANGI 1991, p.205, fig.113, nn.4-6,27; le nn.5 e 6 da strati di XIII sec. Per Segesta: MOLINARI 1997, p.168, I.3a, I.3b. Per Argenta: LIBRENTI 1999, p.132, tav.136, nn.68, 70 (abbastanza simile all’esemplare st.32322 della Motta). Per Rougiers: D’ARCHIMBAUD 1980, p.446, tav.426, nn.12-20. A queste possiamo ancora aggiungere un interessante insieme di cuspidi con punta piramidale a sezione quadrangolare rinvenute presso il sito di Filattiera (CABONA-MANNONI-PIZZOLO 1982, p.351, tav.IV, nn.50-54) e altri due esemplari da Castel Delfino; MILANESE 1982, p.89, tav.III, n.30 bis; p.101, tav.VIII, n.143.
[18] Negli statuti di Genova dei primi del Quattrocento, per esempio, vediamo come i fabbricanti di cuspidi venissero designati con il termine di quarellerii, ovvero “fabbricanti di quadrelli”: Quod qui non sit quarelerius non vendat veretonos inastatos, nec Ianuam deferat pro vendendo. Statuimus et ordinamus quod aliqua persona, que non sit de arte quareleriorum, non possit nec debeat vendere, nec vendi facere, quadragellos vel veretonos aliquos inastatos, aut ipsos quadragellos vel veretonos Ianuam deferre...Statuimus et ordinamus quod aliquis quarelerius non emat, nec emi faciat, aliqua ferra veretonorum soldatorum de maiori numero seu pondere de viginti pro libra... . (Leges Genuenses 1901, col.696). In filigrana al testo, vediamo come questi artigiani fabbricassero almeno due generi di cuspidi; i quadrella, quasi certamente proietti forniti di punta quadra, ed i veretoni, forse identificabili con le cuspidi a punta triangolare. A mio avviso, l’uso del termine quarelerius per designare l’artefice può essere una sopravvivenza di più antica, anteriore al Trecento, quando, come abbiamo visto, dai contesti di scavo non risultano attestati i ferri a sezione triangolare; non a caso, in tutto il Duecento a Genova non compare mai in nessun documento il termine viretonos per designare i proietti delle balestre. (Per una trattazione più ampia del tema si rimanda all’opera “Guerra e castelli nella Genova del Duecento”, del medesimo autore di questo contributo). Non sappiamo, ovviamente, quanto queste considerazioni, valide per il caso di Genova, possano essere estese ad un sito piuttosto distante come il castello della Motta, ma il fatto che in molti contesti friulani compaiano insieme cuspidi a sezione quadra e triangolare potrebbe condurci in questa direzione.
[19] Si veda, ad esempio, l’assoluta eterogeneità dei dardi custoditi presso Castel Coira (SCALINI 1996, p.387, ch s349), ciascuno fornito di una cuspide differente. Non si può escludere che il carattere di questo insieme derivi da una raccolta più tarda di materiale di varia epoca e provenienza, ma, a mio avviso, una simile difformità non può che ritrarre la reale varietà tipologica dei ferri allora adoperati. Dei cinque dardi rappresentati, giova sottinearlo, ben quattro sono a cuspide quadra, piramidale o bipiramidale, grevi all’aspetto.
[20] A queste due cuspidi se ne può sicuramente accostare una terza dalle caratteristiche morfologiche del tutto analoghe, ma inclusa in un frammento ligneo che ne ha precluso la rilevazione del peso (st. 32318 ). Due esemplari del tutto analoghi provengono da Montaldo di Mondovì (CORTELAZZO-LEBOLE DI GANGI 1991, p.206, fig.113, nn.21-22), uno da una fase di XIV sec, l’altro da una fase di XV.
[21] Molto interessante è l’insieme formato dalle cuspidi st. 31972 , 32167 , 32168 , cui se ne possono aggiungere altre due, lievemente difformi (st. 31973 , 32157 ). Le prime tre, soprattutto, mostrano una straordinaria affinità con una cuspide di dardo ancora inastata, conservata presso l’armeria di Castel Coira (SCALINI 1996, p.387, ch s349); la loro destinazione quale ferro per dardo di balestra sembrerebbe quindi pienamente confermata. Con riferimento al testo statutario riportato a nota 18, possiamo inoltre vedere come a Genova agli inizi del Quattrocento nessun quarelerius potesse commerciare in ferra veretonorum il cui peso fosse inferiore ad un ventesimo di libbra. Calcolando che la libbra genovese corrispondeva a 316,75 g. (ROCCA 1871, p.56), ogni ferro non doveva pesare meno di 15,84 g., con un risulto non troppo dissimile dalla media di questo gruppo di reperti. Tutte le cuspidi di peso inferiore, dunque, almeno a Genova dovevano essere considerate di seconda scelta.
[22] Vi sono svariati esempi di cuspidi coniche in molti contesti di scavo: AMICI 1989, p.461, tav.XV, nn.12-13: MILANESE 1982, p.101, tav.VIII, n.142: PIUZZI 1987, p.143, tav.I, n.6; TOMADIN 1999, p.38, tav.6, n.88.
[23] BRESSAN 1995, p.166; D’ARCHIMBAUD 1980, p.446, tav.426, nn.3a,3b (fine XIII sec.);
[24] Nel libro della caccia di Gaston Phoebus , miniato al principio del XV sec., vi sono molte scene venatorie in cui le cuspidi “ad alette” vengono impiegate contro cervi e cinghiali (vedi nota n.4).
[25] BECK 1989, p.108, fig.74, n.58: FAVIA 1994, p.59, tav.I, nn.27/74, 31/74: FAVIA 1992, p.266, tav.7, n.11: SOGLIANI 1995, p.102, n.154.